giovedì 14 agosto 2014

Quack #2 - How the duck are you?

"How are you?".
Se non sapete cosa vuol dire, non venite in America. Non vi avvicinate nemmeno ai confini. Soprattutto se non sapete come gestire la risposta.
Se in Italia un poliziotto alla dogana (che non esiste credo nemmeno più per chi arriva dall'Europa) ci chiedesse come stiamo, forse lo guarderemmo solo un po' strano. Ma se a chiedercelo fossero tutti gli sconosciuti che incontriamo, compresa la cassiera del Basko, inizieremmo a sentire sempre di più una pressione che ci sale da dentro, da sopra il diaframma e che spinge per scaraventarsi fuori dall'incavo tracheorbronchiale.
E' il "Fatti li cazzi tua".
Insomma, gli americani ci istigano a diventare tutti un po' più Razzi.

Qui il "Come stai" è un intercalare. Agli americani non importa davvero come stiamo. Lo si dice e basta. Il superpoliziotto, il professore, lo sconosciuto in sala d'aspetto dal dottore. E se tu rispondi "Not so well actually, I have just lost my dog and..." sei solo un povero illuso.
Il più delle volte non sono interessati a sapere veramente cosa ti frulla in testa. Ma il problema è che, se all'inizio tutti sembrano carini e coccolosi, dopo un po' non sai più che cosa devi rispondere.
E' lì che entra in gioco il fattore Razzi.
E se siete un po' come me, allora iniziate a diventare insofferenti a qualunque frase sentimental-emozionale legata a un contesto pratico. Cosa che gli americani fanno sempre.
In effetti, è come se stessero cercando costantemente di mettersi al riparo dalle cose brutte, "pretending" che tutto vada bene comunque.
"If you just can't stop, smile as you pass by".
Del tipo: anche se non mi caghi nemmeno di striscio, fai finta che ti piaccia la bigiotteria esposta. E scendi il cane che lo piscio.
Non fraintendetemi: non tutto è così (soprattutto non scendono il cane e non lo pisciano).
Un sacco di persone vogliono VERAMENTE sapere come state. Ci tengono a voi. Si legano, sono contente di avere notizie dal mondo.
Solamente: qui c'è troppo spazio.
Lo si nota quando si deve scendere da una qualsiasi macchina saltando, o quando tra una casa e l'altra ci sono dieci metri di vuoto inutilizzato. E se si ha troppo spazio, si pensa di potersi allargare per sempre.

Ma io ero in una stanza d'albergo insieme a del pessimo vino, vero?
Uscito dall'hotel, cerco di fare colazione senza cadere da una sedia girevole ridicolmente alta. E mi frulla in mente un pensiero: avrò pagato alla prenotazione?
Per ogni evenienza chiedo.
"Of course you did!".
Ok. A me non sembra. "Bye!".
La navetta per l'aereoporto ci attende e chi si è visto si è visto!
Sul sedile davanti svetta un ragazzo di sicuro non basso ed estremamente simpatico. Nikola.
Sta andando alla Truman anche lui, ma non ha avuto la nostra stessa fortuna con i bagali.
La sua valigia è finita chissà dove e ha solo una borsa con sé.
Mi chiedo se posso aiutarlo e glielo dico. Ringrazia, ma probabilmente i miei pantaloni potrebbe usarli come guanti data la sua statura.
Gli chiediamo da dove viene: Serbia. Perché proprio la Truman? per giocare a Pallacanestro.
Capperi.
Lucas (a sinistra) e Nikola (a destra)
Una volta arrivati (di nuovo) all'aereoporto, noi tre caballeros cerchiamo il Terminal B.
Lo troviamo subito, ma Nikola non trova comunque la sua valigia al Lost&Found.
In realtà stavamo andando oltre, ma un ragazzo biondo ci rincorre e ci ferma.
Lucas è francese, e ha perso la valigia anche lui.
Com'è che a me non è ancora successo niente? Comincio a preoccuparmi.
Si fano due chiacchiere e intano arriva lo shuttle dall'università. Scendono un paio di ragazze che iniziano efficientemente a dividerci per dormitorio.
Una è Amanda. Le ho scritto 20 volte almeno via mail e mi aspettavo un'impiegata di mezza età, magrolina e con gli occhiali. Invece avrà 22 anni e saltella su e giù chiamandoci per nome.
 Incontro ragazzi e ragazze vietnamiti, nepalesi, francesi, tedeschi, sud coreane, cinesi, inglesi, kenioti. Siamo un melting pot.
L'atmosfera è carina, ci si aiuta a caricare le valigie e poi si sale sull'autobus.
Saremo 31 o 32? Non si sa, non si capisce. Qualcuno deve essere imasto al gate di sicuro, troveranno delle ossa sul nastro trasportatore, ne sono quasi certo.
E poi si parte, si viaggia. Prima destinazione: McDonald.
No, ma veramente? 8000 km per un McDonald?
Sì: perché lì hai coca cola, sprite, fanta ecc ecc a volontà.
Un attimo che lo ripeto.
A VOLONTA'.
Cioè, penso ti fermino dopo un po'. Ma intanto lascia fare!
Pago 7$ con la mia carta di debito. Son soddisfazioni.

Il campus è distante e ho tempo di fare la onoscenza di Toby, un ragazzo sud coreano timido e che parla a bassa voce, che saluta chinando la testa la prima volta che ti presenti. Mi dice qualcosa della sua vita e di come gli europei gli abbiano cambiato la mente, anni fa. Gli piace ascoltare, e a me piace parlargli.

Si arriva alla Truman. Finalmente.
Entrata del Missouri Hall
Si passa per Kirksville: tipico paesino americano con strade larghe e al livello delle case, come se fosse stese lì per caso; casette anonime e che sembrano finte, come in un paese della Playmobil. Sono in un videogioco. Vorrei tanto che il nostro autista si chiami Homer.
E poi nel dormitorio.
La mia Cultural Integration Leader è Marisa, una ragazza che avrà circa la mia età, tipica americana dai capelli lunghi.
Mi fa vedere la mia stanza, room 3112, Centennial Hall.
Ah dimenticavo: qui quasi tutti gli edifici del Campus sono uguali. Stile coloniale, mattoni rossi, infissi e colonne bianche.
Parliamo un po' dei prossimi appuntamenti e di come è stato il viaggio ("C'era questo tipo con una bomba in valigia che...") e di colpo succede l'mprobabile.

BEEEEEEEEEEEEEEEEP BEEEEEEEEEEEEEEEEEEEP BEEEEEEEEEEEEEEEP.

Me lo sono immaginato?

BEEEEEEEEEEEEEEEEEP EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEP BEEEEEEEEEEEEEEP.

Ok no. E' l'antincendio.
Stanno facendo le prove, mi dice Marisa.
E sti cazzi? dico io.
Ma non è un dramma.
Esploro la stanza (metto le foto appena riesco, giuro! .cit) e mi rendo conto che mi piace. Fa molto college, fa molto americano. Sistemo un po' di roba ma dobbiamo quasi subito andare a mangiare cena.
Trovo un momento per riuscire a chiamare la mia fidanzata in Italia, Marinella. Anche Skype funziona, qui. Che bello, fosso vederla quanto mi pare anche se probabilmente quando tornerò sarò un ciccione buffissimo e non mi vorrà più. Sigh.
Ah già: qui si mangia alle 18. Se si vuole far tardi, intendo!
Quindi corro, andiamo tutti nel Ryle Hall, dove c'è l'unica mensa aperta, almeno per ora. Mensa che è una specie di cornucopia.
Tanto cibo, e tanti cibi. Non male.
Parte della mensa del Ryle.
La parete di sinistra e destra ha bibite alla spina.


Mi prendo patate, carne e verdura. Provo anche la coca cola alla ciliegia e scopro che è disgustosa. Ma non è solo questo: qui tutto è stato fatto alla ciliegia. Almeno una volta. L'acqua, le merendine, le bibite, i dolci. E se non lo è, puoi sicuramente trovare qualcosa che sappia di medicina per bambini!
A parte questo, il cibo è in realtà molto meglio di quel che pensassi.
Incontro anche un'altra ragazza italiana che ha pensato di attraversare l'Atlantico e imbarcarsi in una bella avventura: lauerarsi in America dopo quattro anni di studio. Il suo nome è Margherita, e chapueax.
Si mangia. Poi, stanchi come se avessimo combattuto una guerra, ci avviamo al parcheggio dietro il Missouri Hall, uno dei dormitori.
Non prima di scoprire che Nikola ha messo una volta del ketchup sulla pizza.
Un'insegna dentro il WallMart
Ovviamente partono suoni di disgusto, da buon italiano che deve difendere la qualità del cibo e lo stereotipo affibbiatomi (ma piacevole) di buongustaio.
D'ora in avanti, il ketchup sarà qualcosa che ricorrerà spesso nei nostri discorsi.
Si chiacchiera e ci si chiede com'è la vita negli altri stati.
Tutti adorano l'Italia e vorebbero venirci, o ci sono stati e ne sono innamorati. Tutti amano gli italiani (o quasi) e potrebbero anche pagarmi per cucinare un piatto di pasta alla carbonara.

Dopo cena è il momento di andare al WallMart, il centro commerciale convenzionato e strambissimo
dove facciamo la nostra prima spesa. Il campus lo vedrò domani. Magari farò una passeggiata tra tutti i dormitori, le costruzioni in mattoni alte ed esagerate, cercherò di capire quali sono i sentieri che passano in mezzo agli alberi e ai giardini, all'erba tagliata di fresco e agli scoiattoli (sì, ci sono dei bellissimi scoiattoli!).
Entrata della Student Union


L'unica cosa che posso capire, è che il campus è mezza città,  attualmente grande quanto il mio paese di residenza italiano. Ed è bellissimo, tutto così ordinato, pieno di pace, di alberi e d'erba. Un'altra città in mezzo a una paese appoggiato mollemente sulla terra che lo sostiene.
Meglio andare a letto, però!




Mentre entro nella main lounge, diretto alla mia stanza, incontro un janitor, l'inserviente. Non l'ho mai visto prima, ma mi guarda, sorride. Poi mentre apro le porte dell'ascensore mi chiede: "How are you?".



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