martedì 30 settembre 2014

Quack #11 - Ibbudinibuoni


Ogni tanto, anche alla Truman si trovano cose buone da mangiare. Che sanno di Belgioioso.
                                                               Alleluia fratelli, alleluia.

lunedì 22 settembre 2014

Quack #10 - 10 cose che uno studente Erasmus in America deve sapere

1) Non esaltatevi quando, conti alla mano, avete calcolato di spendere "solo 20 dollari per tutta questa roba!". Ne spenderete almeno 35. Sì, qui le tasse si pagano alla cassa.

2) La peggior cosa che possa capitare se abitate in un college con il bagno condiviso, è che vi si rompa lo scarico. Li mortacci sua.

3) I cinesi non li capirete mai. Abituatevi.

4) Non importa quanto abbiate formulato bene la frase nella vostra mente. Mentre alzate la mano per parlare in classe, tutto quello che vi verà da dire sarà "Potatopotatopotato".

5) Non ubriacatevi. Non andate in giro ubriachi. Non mostrate bottiglie di vetro in giro per le strade. Non sto scherzando.

6) Abituatevi a vedere gelatina dappertutto

7) I commessi e i baristi fanno a gara a chi parla più piano e più in fretta

8) Anche se a voi il vostro accento fa schifo, di solito agli altri piace. Mistero.

9) Gli americani non vi piaceranno. Poi sì. Poi no. Poi sì. Poi no. Poi...

10) Non vorrete mai più sentir parlare di aria condizionata nella vostra vita.

11) Scoiattoli dappertutto.

12) Dopo la terza settimana, non rispetterete più i termini di consegna. Specialmente gli elenchi puntati.

sabato 13 settembre 2014

Pensieri e Papere #1

Sarà che al mare non mi ci è mai piaciuto andare, che il sole alla fine dei conti fa male, è come stare in piedi sull'ottovolante, è fare l'amore con il primo che passa davanti alla televisione.
Forse è tutto lì, me l'ha detto il telegiornale: non sapere che farmene di star fermo, dell'odore della sabbia, le carte, l'olio solare, la crema abbronzante per coprire quanto siamo strani, per scurire i nostri sogni pallidi stesi sugli asciugamani.
E io che la vita me l'ero immaginata come due fidanzati in sella a una vespa, senza casco, in fondo a una scalinata bianca sotto il sole. Poi crescendo prendi la macchina, scopri la pioggia e le bufere, e l'acqua e il vento e la benzina finisci per chiamarla anima.
Ed è meglio evitare, perché non sai nuotare, e affoghi mentre ti innamori del fondale.
Le solite scuse che ci dicevamo noi due, per non dover guardare negli occhi gli altri mentre ci tenevamo per mano, "Noi al mare non ci veniamo", preferiamo andare sulla Luna o trasferirci a Londra.
Non ci guardate così, forse ce lo meritiamo.

Quack #9 - Erasmus Giocagiuè.

Se ci interessiamo alla vita degli altri
è solo perché cogliamo i riflessi
di quello che volevamo
fare con le 
nostre.

(La canzone da ascoltare mentre leggi è questa)

Tengo talmente tanto aperte le pagine dei dizionari inglesi online cheoxfordictionaries.com vuole darmi la residenza.

Il modo più comodo per scrivere i messaggi diventa quello di disegnarli per terra.


Il tuo orologio biologico diventa quello del cappellaio matto e ti ritrovi alle 4:00 a scrivere cagate su internet ascoltando gli Zen Circus e Le luci della centrale elettrica.

Ogni mattina, in America, quando sorge il sole, uno studente che è stato sveglio a scrivere cagate su internet per tutta la notte sa che dovrà rassegnarsi ad avere sonno per tutto il giorno.

"In America porterò avanti il mio progetto di scrittura". Non sai più utilizzare i congiuntivi e le subordinate diventano simpatiche come i moscerini che ti ronzano vicino all'orecchio di notte.

Devi inviare da 15 giorni dei capitoli a una persona e ancora non l'hai fatto.

Il cibo passa da "Orripilante" a "Se proprio devo" a "Hamburgheeeeeeer" in meno di tre settimane.

Stupore nello scoprire che alcuni test sono "open book". Sì, qui è legale copiare, anche se in ogni syllabus la sezione "plagiarism" è lunga una pagina e mezza. Del tipo "se non citi le quotazioni ti cacciamo, ma puoi copiare durante gli esami".

Stupore nello scoprire che, no, l'esame che avrai tra 5 minuti non è open book e tu sei fregato.

Tutto è fatto su internet. Anche la cacca. Presumibilmente.
La carta igienica sarà open source?

"Come and meet my cat" è una frase da non dire a chicchessia.

Non capire perché con qualcuno parlare inglese è facilissimo, con qualcun altro, invece, non puoi fare altro che intorcigliarti.

I momenti in cui vorresti avere a che fare con un italiano.

I momenti con cui ringrazi Dio di non dover avere che fare con un italiano.

Gli attacchi di poesia incerta alle tre di notte.

Studenti che si allenano per la selezione di "Serial killer inquietante dell'anno"

Le confraternite, il beer-pong, i basement senza luce dove si balla di nascosto, i tentativi di dimenticare che ci sono cose più grandi di noi.

Persone che vogliono parlare italiano pur essendo tedeschi, e per dire "ti voglio bene" pensano in inglese e dicono "ti amo". E "Firenzthsze".

I momenti di devastante certezza di aver perso l'aereo più di una volta.

Innamorarti di una Università che non hai mai fatto.

I cartelli che non si limitano a descrivere cosa fare in caso di incendio e che, per non essere troppo mainstream, ti ricordano che 1) in America ci sono i tornado e 2) in America non puoi bere fino ai 21 anni, ma potresti avere un M16 sotto il giubbino, di fianco al tuo libro motivazionale preferito.

I finlandesi ubriachi sono bellissimi.
Potrete anche avere soldi, fama e successo, ma un serbo incontrato in America che vi dà un due di picche con in mano un pezzo di pizza gigante alle due di notte voi non ce lo avrete MAI!

Andare a lezione con i pantaloncini da ginnastica e con le ciabatte. Mentre piove e ci sono 10 gradi.


Sudcoreani che cercano imparare l'italiano. Sarebbe anche una buona cosa se le prime parole a essere abusate non fossero "Plebeo" e "Belin". Almeno ha recuperato con "Dioffa".

Da premiare il metodo.
Sudcoreani che ascoltano esclusivamente Ludovico Einaudi.

Sudcoreani che si tatuano l'eyeliner sugli occhi.

Sudcoreani. Sudcoreani dappertutto.

I gruppi di soldati e studenti militari che alle 6:30 di mattina corrono nei campi cantando canzoni improbabili.

I vecchietti seduti sull'uscio di casa con un fucile in mano. E che ti guardano passare. Molto lentamente.

Incredibili attacchi d'arte sui muri piastrellati dei bagni del dipartimento di comunicazione.
Word Paper.

Non sapere che cosa succederà quando tornerai, come guarderai le strade e le case, i macellai e le costellazioni di automobili parcheggiate, e se sarai ancora capace divedere delle vene nelle foglie autunnali.






Professori che ti invitano nel loro ufficio per prendere una caramella, dareuna botta all'omino con latesta traballante di Spock, che hanno adesivi e poster della Marvel in studio e che mettono la musica di Star Wars per la presentazone dei corsi.


Il Wallmart, quel posto metà supermercato metà centro di sanità mentale, dove le carte di credito funzionano bene solo nei giorni par dei mesi dispari bisestili, dove puoi trovare di tutto, dalla canna da pesca allo sbucciatore di acini d'uva (non sto scherzando).

Non riuscire ad abituarsi alla quantità di scatolame, imbustinamenti e cibi sottovuoto che gli americani consumano, vendono e comprano senza battere ciglio. Portafogli semoventi tra scaffali di copia-incolla, pieni di plastica in contenitori di latta sgargianti come sorrisi di venditori porta a porta.

Macchinette succhiasoldi ma spiritose.


             Andare nella countryside e pensare che l'America, ogni tanto, non è così male.








































A risentirci più avanti con nuove entusiasmanti avventure.

lunedì 1 settembre 2014

Quack #8 - Papere sdentate

Riflessione della giornata.
Quando, ogni volta che sono in palestra, penso alla mia indubbia prestanza fisica (nel senso che evidentemente l'ho prestata a qualcun altro) mi viene in mente qualcuno che mi trova la scusa del "Sì, ma è meglio essere intelligenti!". Che a dirlo a uno in palestra è un po' come dire a uno che ha comperato un cane da guardia senza denti: "Sì, ma almeno può ancora cacarti sul tappeto!".


Non so perché, ma quando scrivo quissopra è sempre notte tarda. Almeno per me e per il mio sistema dormi-veglia.
Che in questo momento è in fase "Potrestiancheandareadormirestronzo".
Ma non lo farò. Non subito.
Domani dovrò svegliarmi presto, perché ho un appuntamento con due amici che in questo momento stanno a 6000 km da qui. Ma non mi importa, mi sveglierò comunque per tempo. L'ho promesso.

Bene, che dire, queste tre settimane sono passate e mi sembra prTROPPI COMPITI PORCA DI
Il manuale di Comm Law italiano era di 200 pagine.
Questo di 602. Ho come l'impressione di aver
sbagliato qualcosa...
QUELLA VACCA MALEDETTA!.

Speravo di poter esprimere meglio e più poeticamente il mio pensiero ma tant'è.
Il sistema di insegnamento americano è un po' come un liceo. Con teoria da università.
In pratica, riassunto delle settimane prossime: esercizi da fare sulla Blackboard, saggi di Habermas da leggere (con voto), Test di Communication Law da tenere (con votissimo), quiz di Rhetoric and Civic Life da fare (con voterrimo), consegna della proposta dell'abstract per Media Critic (porca vacca meno male che ho guardato l'agenda perché me ne ero dimenticato).
Quack.

Oggi però è successa una cosa simpatica. Non soltanto tre giorni fa è suonata la sirena del tornado (ma non mi hanno fregato: c'era il sole e non una nuvola, eccheccacchio), ma oggi, alle 21, ora beata, è suonato l'allarme antincendio! Sì, esattamente quel simpatico allarme che suonava in continuazione il giorno in cui sono arrivato.
Questo è Eugenio.
Eugenio è la perfetta rappresentazione di
quanto io sia vitale in questo momento
E dov'è la cosa simpatica, direte voi? Bhè, una ragazza molto gentile continuava a dirmi "Go to the hall, quickly! Come on!" e mi indicava una direzione, diciamo sinistra. E più o meno tre dozzine di studenti andavano verso destra, verso l'uscita di emergenza più vicina.
"Yes" le ho risposto io. Poi l'ho ignorata completamente e me ne sono andato anche io a destra.
Se ci fosse stato un incendio, almeno sarei morto da vero badass.

Altra cosa simpatica imbarazzante a caso: davanti al bookstore c'è un DDR gratis: se voleste vedermi in azione a ballare come un masai, eccomi qui (grazie Margherita per il gentile commento finale!).

In realtà vorrei un po' fare un sunto di quello che ho visto in queste ultime settimane, ma ho abbastanza sonno. Quindi credo rimanderò a domani. O a domani l'altro.
Alla prossima, e ricordate: non giocate a calcio con le flip-flop.

sabato 30 agosto 2014

Quack #7: Anatra in letargo

Scusate per la pausa . Le trasmissioni riprenderanno il prima possibile. "I promise".
(La mia incrollabile certezza nell'avere un audience mi commuove).

Io mentre cerco di capire quale sia il mio posto a sedere.

lunedì 18 agosto 2014

Quack #6 - Just Kidding

"Ehilà gente, come state?"
Io ho deciso che vivrò solo di Skittles d'ora in avanti.
Ma che fate, mi chiedete come sto di rimando? Allora non avete capito.
Comunque, galleggio. Come una papera di gomma.


Happy Hippo is happy
Ho fatto un acquisto.
Nice try America. Nice try.
Anzi ne ho fatti tre. Anche se avrei douto farne uno migliore un po' di tempo fa, perché ora ne sento un attimo la mancanza. Tipo quel neurone che mancava. Come quando non si trova un pezzo di puzzle e poi si scopre a distanza di anni che era finito nella scatola di chissà cos'altro. Devo ancora capire quella scatola chi ce l'ha.





Vi dirò: pensavo molto peggio. Sarà perché ci
ho fatto togliere il beef!

Ora scusate, ma domani mattina ho un appuntamento con un signore con il tosaerba.
Io, lui e un secchio di acqua gelata.
Buona notte.

Dai, dite che non faccio un po' paura quando voglio?
Soprattutto ai giardinieri?

domenica 17 agosto 2014

Quack #5 - "All'anatra ubriaca"

Quando si entra a un party universitario americano, non puoi aspettarti che sia come nei film.
E' per questo che resti sorpreso di constatare che effettivamente è davvero come lo si vede nei film.
E, come dice Giovanni, americano che insegna inglese a Messina, "Questo è sia il cuore che il culo dell'America".
Un tipo asiatico che va in giro con una damigiana di vino da cui bevono a canna, il barile di birra a pressione, bicchieri di plastico dove ti scompare la faccia, musica a palla, gente che va e che viene (cercando al felicità) e soprattutto... il beer-pong.
Se non sapete cos'è il beer-pong, vi rimando a questo interessantissimo video.
Vorrei far notare quanto viene preso seriamente il fatto di far rimbalzare palline di plastica in bicchieri pieni di alcool.

A parte questo, le giornate qui vanno abbastanza bene.
Tutti continuano a chiedermi "How are you" (anche se non gliene frega na ceppa), e a saperlo che c'erano dei pianoforti mi sarei esercitato, giusto perché qui la chitarra non ce l'ho.
Nel C-Hall hanno pensato bene di iniziare a usare gli heater, il che significa aria calda a gogò. Per questo dormo con la finestra aperta e pratico lo sport del ribaltamento del cuscino.
Inoltre, sono arrivati tutti i freshman, ovvero gli studenti che iniziano il loro primo anno alla Truman State University o che sono transfer student e quindi arrivano da altre università per finire invece la laurea qui.
Il mio vicino di stanza si chiama Zhacharia e viene da Kansas City.
Come lo so? di sicuro non perché l'ho incontrato.
E qui i casi sono due.
O non è ancora arrivato, oppure non usa asciugamani.
Essendo io arrivato tardi, questa notte, non oso aprire la porta comunicante con la sua camera, ma siccome condividiamo il bagno mi aspettavo almeno di vedere uno spazzolino da denti.
E invece nada. Il mio suitemate è un fantasma.

Un Mississippi, due Mississippi...
Oggi abbiamo tutti avuto l'english placement test.
Avrei preferito una gastroscopia.
Il mio inglese non è poi così male, ma non sono certo di come il professore abbia tenuto il tempo.
Avevamo 60 minuti e, ogni tanto, così a caso, cancellava il numero e ne scriveva un altro. Dov'è il
problema? non ha mai controllato l'orologio.
Immagino abbia contato i secondi a mente.
C'è gente molto annoiata a Kirksville.
Insomma, dovevo scrivere un essay da due pagine e ne ho scritta una scarsa. Più un summary.
Andrò nel livello 152 o nel 190. Da ciò si evince che prima del 190 c'è il 152. Meglio non chiedere dove sta il 153.

Oggi pomeriggio, invece, siamo stati dei veri badass.
Il nostro messaggio in codice.
Saremmo dovuti andare a un sacco di meeting, di giochi e di presentazioni ma, siccome arriviamo da più o meno 5 giorni di roba simile, abbiamo deciso di non fare assolutamente nulla di tutto ciò. I freshman se la possono cavare da soli.
E' stata roba di un attimo.
Sentivamo i passi degli International Ambassador per il corridoio. La porta era chiusa. Nessuno fiatava e qualche coraggioso ogni tanto guardava dallo spioncino. Sentivamo bussare alle altre porte e qualcuno non reggeva alla tensione: molti non ce l'hanno fatta e sono stati presi e portati via.
Ma noi abbiamo resistito.
E abbiamo lasciato messaggi per gli altri membri della resistenza.


Nel primissimo pomeriggio, invece, siamo andati fuori dal campus per vedere un film: Lucy.
Questa storia di un ghepardo che ammazza una gazzella e poi si trasforma in un computer nero di melma quando si tocca con un uomo preistorico. Ecco, sì. Circa.
E in mezzo ci ficcano anche i Carabinieri, che sono gli unici a farsi quasi scappare il mariuolo di turno.
" 'mbecilli!".


Student Union, serata gelato. Già, perché fino a 21 anni, qui
non bevi. E la polizia non sente ragioni.
La sera, invece, abbiamo deciso di uscire per provare qualche party.
Prima siamo andati un una casetta estremamente piccola e sgarrupata (notare come il mio livello di italiano stia calando vistosamente). Poi, siamo andati dritti un un locale nel quale una macchina parcheggiata forse non ci sarebbe stata.
E lì non era diverso da qualunque locale in Europa. Tipi che ci provano, musica, io che non capisco una mazza quando mi parlano senza rumori di sottofondo, figuriamoci lì. Non è vero, qualcosa capivo. Tipo "you" e "there".
La festa successiva è quella di cui già vi ho detto qualcosa: in una casa anonima, ragazzi di una confraternita (e non) stavano dando una festa. Ho incontrato diverse persone, tra cui un gaudente giovanotto che continuava a voler giocare a beer-pong e diceva a un altro "I see you!" in maniera piuttosto alcolica.
Nonostante fosse ubriaco marcio, mi ha battutto tantissimo. Firmerò una petizione per far costruire bicchieri più grandi.
50 sono in realtà i punti che
dano se ci sbatti contro.

Ma il mongolino d'oro per la serata va sicuramente al mio amico francese Lucas.
Avendo bevuto un po' (non dirò quando per non allarmare la mamma, che sicuramente ci segue su questo blog: "salve signora, com'è?") era decisamente allegro... e rauco.
Fortunatamente, la sua amica Amandine è riuscita a non farlo sbattere contro i pali. E ovviamente ho fatto anche io la mia parte, urlandogli con il mio inglese perfetto "There is the palo, oh!!".
E sapete qual è la cosa migliore?
Credo abbia capito cosa gli stessi dicendo.

venerdì 15 agosto 2014

Quack #4 - Kirksville: Alone in the Duck

Per cercare di farvi capire un po' com'è la vita da campus in America (o almeno le prime impressioni), ecco qualche sensazione che arriva direttamente grazie ai potenti mezzi tecnologici di cui sono a disposizione. Cioè un cellulare.

Il Campus

Dietro la Library e prima del Magruder Hall
L'area del Campus della Truman State University copre più o meno metà dell'abitato di Kirksville. E' situato esattamente in centro e non è isolato alla città, bensì ne è parte integrante. Semplicemente, invece di casette e casettine con famigliole americane, a un certo punto ci si ritrova in mezzo a massicci caseggiati rossi e bianchi. L'area è piuttosto grande e ci vanno alcuni giorni per orientarsi. Ancora non ho trovato la statua di Truman.

                                                         
Le strutture principali
sono il Baldwin Hall, la Kirk Building, la Baptist Student Union e la Library. Inoltre ci sono tutti gli altri dormitori, che hanno nomi come Centennial Hall, Ryle Hall, Dobson Hall, Missouri Hall e così via, per un totale di circa 3000 posti letto su 6000 studenti totali (gli altri non vivono nel campus).
Interno del campus, davanti a non ricordo cosa




 All'interno del campus, nella zona pedonale, ci sono le strutture principali dove si tengono le lezioni, oltre agli uffici amministrativi e alla biblioteca.
Il parco è molto rilassante e pieno di simpatici scoiattoli. Molti dormitori hanno caffetterie e mense e tutti hanno degli spazi ricreativi, lavanderie e sale studio.

La parte di campus dietro il Baldwin Hall
Gli spazi enormi, la grandezza degli edifici e il fatto di poter avere tutto a disposizione colloca Kirksville e gli americani in generale come al di fuori del tempo e dello spazio. Come se la vita fosse un enorme venerdì pomeriggio.


Le mense
Per ora, l'unica mensa aperta è quella del Ryle Hall, uno dei dormitori che sta esattamente dall aparte opposta del campus rispetto al mio dormitorio, ovvero il Centennial Hall. Per arrivarci bisogna passare dentro i giardini, vicino a quelli che ho deciso chiamerò "Midnight Gardens", a causa della leggenda secondo la quale chi si bacia a mezzanotte tra i suoi fiori rimarrà unito per sempre e si sposerà.
Parli del cibo o dei giardini,
Admiral Ackbar?
Nella mensa si può trovare quasi di tutto ma quello che mi ha colpito di più è:
- La quantità di bibite gasate e cioccolatose che sono a disposizione
-La quantità di bibite gasate e cioccolatose che gli americani mangiano a colazione
-La pizza, sempre presente, fatta credo sul momento, con una quantità di formaggio sopra pari a quella prodotta dall'Olanda in 9 mesi.
-La presenza miracolosa di verdura e ortaggi
-Il fatto che i contenitori per frutta e verdura siano minuscoli
-Il fatto che di fianco alla verdura ci siano ciotole di gelatina
-La quantità di cereali sempre disponibile: ce ne saranno circa 12 scatole tipo caramelle al parco giochi.
-Il fatto di aver trovato della pastasciutta quasi decente
-Il fatto che quasi tutte le bibite che non siano coca cola sappiano di medicine alla ciliegia.
La piccola coda per entrare al Ryle Hall a mezzogiorno

People!
Non potevo trovare di meglio.
Gli studenti internazionali sono tutto simpaticissimi e particolarei. Ci saranno almeno una ventina di culture diverse e forse di più. Ci sono i coreani super timidi, i cinesi che fanno combriccola, gli europei che organizzano uscite e festicciole, tibetani che vogliono sapere assolutamente come si dice "ti amo" in italiano, e tutti sperano che gli cucinerai prima o poi un piatto di carbonara (anche i tibetani sanno cos'è!).

Dalla prima uscita al McDonalds fino a quella sul lago vicino all'università, si capisce subito che sono stato fortunato e che tutti quanti hanno voglia di divertirsi e sfruttare al massimo l'esperienza in America.

Per quanto riguarda gli americani, sto aspettando ancora i freshmen che arriverano domani. Finora, le mie impressioni sono queste.
Gli americani sono ossessionati dalle regole: mai andare contro le campus rules, vanno nel panico.
Sono estremamente positivi, talmente tanto che ogni tanto esagerano.
Questa è una Frozen Fanta alla menta.
Non bevetela mai
Ti chiedono sempre come stai, anche se non vogliono sentire la storia della tua vita.
Lasciano che siano gli uffici e la burocrazia a fare le cose per loro: sono estremamente organizzati,
ma danno l'impressione di non potersela cavare fuori dagli States.
Sono incredibilmente disponibili e pronti allo scherzo, alla risata.
Non ti giudicano dal tuo accento, dal tuo colore
di pelle o da come coniughi un verbo: ti fanno i complimenti, e poi ti suggeriscono come migliorare.
Si fanno un sacco di docce e sembra che facciano fatica a limitarsi negli sprechi e negli eccessi.
Ti riempiono di fogli: regole sul campus, mappe, appuntamenti, regole per vivere con il roommate, shopping lists, segnalibri con orari.
Sono orgogliosi del loro Stato ma rimangono sempre stupiti di quanto sia bello il tuo.
Ti vendono delle cose terrificanti da bere e da mangiare.
Ti chiedono sempre scusa, qualunque cosa succeda.

La stanza
Carina, piccola, nella media.
Due letti e due scrivanie, un bagno. La finestra dà sul parcheggio ma è sempre tutto molto tranquillo.
In questa foto c'è anche
un beduino che fa il tè con il suo cammello.
Nel senso insieme, non è che ce lo puccia dentro.
Non fa troppo caldo né troppo freddo. (BUGIA COLOSSALE: sembra il Sahara).
L'unico inconveniente è quel simpaticone che alle 6 del mattino passa con l'airspreader, quel cosa fatto a tubo che soffia aria e sposta la polvere. Ti possino.
Per il resto, non manca nulla.
Ah no, aspettate un momento.
Il bidet. Già, dimenticavo.
Merda.

Kirksville
Nota dolente.
Credo che il cimitero di Pellazza sull'Arno abbia più persone che ci camminano dentro.
Di notte.
Viene da chiedersi se non sia una città finta, di quelle costruite per un film, pronte per essere tirate giù il giorno dopo. Magari domani mo sveglio e non c'è più niente.
Si vedono luci dentro le case, quindi immagino ci sia qualcuno che ci vive. Anche se non si vede mai nessuno camminare per strada, andare a prendere il giornale, fare la spesa, chiacchierare al bar con un amico.
Un trafficato incrocio a Kirksville.
Notare la banda delle majorette sulla sinistra.
Probabilmente si fanno arrivare tutta la roba a casa. E non escono neppure per pisciare il cane.
In un paese del genere, insomma, le cose sono così. Vedrò se ci sarà un po' di vita dopo l'inizio delle lezioni. Ma per adesso, si rischia solo di entrare in Narnia girando per qualche strada abbandonata.
Le casette sono tipiche americane, con il vialettino (a volte) e il giardinetto (sempre) senza alcuna recinzione (e chi si avvicina?).
E dire che mio nonno si lamenta di Torre Pellice. Almeno lì non sembra uno scenario post atomico.







Quack #3 - Un sacco di papere

E' nomale, arrivando in una nazione straniera, fare un sacco di figuracce.
Anche se un po' depressing, se ti sembra accada solamente a te.
Avete presente il momento in cui qualcuno dice qualcosa (che tu dovresti capire), tutti annuiscono e rispondono e tu non capisci una mazza?
Ecco. A me succede spesso.
Del tipo sorridi, annuisci e spera che non fosse una domanda.
Niente di cui preoccuparsi, comunque.

Da quando sono arrivato qui in America, mi sono accorto che gli americani sono davvero molto pazienti. Anche se non capisci la stessa cosa tre volte, te la rispiegheranno altre dieci con il sorriso sulle labbra (poi basta però, eh).
Fino a ora abbiamo interagito quasi esclusivamente con gli altri International Students. L'inglese è un po' maccheronico (qualcuno invece lo parla bene) e quindi ci si arrangia.
Ma domani, in verità, arriveranno gli americani, i cosiddetti freshmen. Che non sono caramelle ma
Io che allargo le braccia perché non capisco una ceppa.
semplicemente le matricole.

Le giornate qui sono pienissime e quindi non c'è tempo per le pippe mentali, anche se la mia personale capacità di rispondere alle domande in lingua inglese e di formulare frasi senzienti cala con l'arrivare della sera.
Del tipo "Domanda".
1..
   2...
       3...
"Ehh?".
Oggi mi è successo credo almeno due volte.
Una mi pare fosse con il mio International Advisor, una specie di segretaria con cui dobbiamo tutti parlare per apportare eventuali modifiche ai nostri programmi.
Nel mio piano di studi, dovendo raggiungere 12 crediti a semestre, mi è stato aggiunto un esame a caso, mentre un altro ancora mi era stato sostituito.
Così, sono andato a chiedere se non potessero per cortesia farmelo frequentare lo stesso (è solo un problema di posti in aula) e la tipa ha chiamato al telefono direttamente la segreteria del corso di laurea in Comunicazione.
E la scena è stata circa la seguente.
Lei che parla al telefono, io che leggo una cosa su un foglio, lei che mi guarda, dice qualcosa velocissima, ride, io che rido dicendo "Yeah, yeah!" e sempre io che penso "Ma che cazzo ha detto?".
L'altra papera, invece, l'ho appena avuta.
Stavo rientrando nel mio dorm, e un ragazzone americano (qui sono tutti ragazzoni) mi ha chiesto se ero qualcosa. In effetti ho capito solo "Are you a" e nient'altro. Credo abbia usato una sigla e penso fosse quella per Advisor Student, AS.
"Pardon?"
Ripete.
Silenzio.
No, veramente sono solo uno studente internazionale.
Ah, ok, non ti preoccupare, non importa. Grazie buonanotte!

Già. Domani ho un test di inglese obbligatorio.
Buonanotte al secchio, direi! :)


giovedì 14 agosto 2014

Quack #2 - How the duck are you?

"How are you?".
Se non sapete cosa vuol dire, non venite in America. Non vi avvicinate nemmeno ai confini. Soprattutto se non sapete come gestire la risposta.
Se in Italia un poliziotto alla dogana (che non esiste credo nemmeno più per chi arriva dall'Europa) ci chiedesse come stiamo, forse lo guarderemmo solo un po' strano. Ma se a chiedercelo fossero tutti gli sconosciuti che incontriamo, compresa la cassiera del Basko, inizieremmo a sentire sempre di più una pressione che ci sale da dentro, da sopra il diaframma e che spinge per scaraventarsi fuori dall'incavo tracheorbronchiale.
E' il "Fatti li cazzi tua".
Insomma, gli americani ci istigano a diventare tutti un po' più Razzi.

Qui il "Come stai" è un intercalare. Agli americani non importa davvero come stiamo. Lo si dice e basta. Il superpoliziotto, il professore, lo sconosciuto in sala d'aspetto dal dottore. E se tu rispondi "Not so well actually, I have just lost my dog and..." sei solo un povero illuso.
Il più delle volte non sono interessati a sapere veramente cosa ti frulla in testa. Ma il problema è che, se all'inizio tutti sembrano carini e coccolosi, dopo un po' non sai più che cosa devi rispondere.
E' lì che entra in gioco il fattore Razzi.
E se siete un po' come me, allora iniziate a diventare insofferenti a qualunque frase sentimental-emozionale legata a un contesto pratico. Cosa che gli americani fanno sempre.
In effetti, è come se stessero cercando costantemente di mettersi al riparo dalle cose brutte, "pretending" che tutto vada bene comunque.
"If you just can't stop, smile as you pass by".
Del tipo: anche se non mi caghi nemmeno di striscio, fai finta che ti piaccia la bigiotteria esposta. E scendi il cane che lo piscio.
Non fraintendetemi: non tutto è così (soprattutto non scendono il cane e non lo pisciano).
Un sacco di persone vogliono VERAMENTE sapere come state. Ci tengono a voi. Si legano, sono contente di avere notizie dal mondo.
Solamente: qui c'è troppo spazio.
Lo si nota quando si deve scendere da una qualsiasi macchina saltando, o quando tra una casa e l'altra ci sono dieci metri di vuoto inutilizzato. E se si ha troppo spazio, si pensa di potersi allargare per sempre.

Ma io ero in una stanza d'albergo insieme a del pessimo vino, vero?
Uscito dall'hotel, cerco di fare colazione senza cadere da una sedia girevole ridicolmente alta. E mi frulla in mente un pensiero: avrò pagato alla prenotazione?
Per ogni evenienza chiedo.
"Of course you did!".
Ok. A me non sembra. "Bye!".
La navetta per l'aereoporto ci attende e chi si è visto si è visto!
Sul sedile davanti svetta un ragazzo di sicuro non basso ed estremamente simpatico. Nikola.
Sta andando alla Truman anche lui, ma non ha avuto la nostra stessa fortuna con i bagali.
La sua valigia è finita chissà dove e ha solo una borsa con sé.
Mi chiedo se posso aiutarlo e glielo dico. Ringrazia, ma probabilmente i miei pantaloni potrebbe usarli come guanti data la sua statura.
Gli chiediamo da dove viene: Serbia. Perché proprio la Truman? per giocare a Pallacanestro.
Capperi.
Lucas (a sinistra) e Nikola (a destra)
Una volta arrivati (di nuovo) all'aereoporto, noi tre caballeros cerchiamo il Terminal B.
Lo troviamo subito, ma Nikola non trova comunque la sua valigia al Lost&Found.
In realtà stavamo andando oltre, ma un ragazzo biondo ci rincorre e ci ferma.
Lucas è francese, e ha perso la valigia anche lui.
Com'è che a me non è ancora successo niente? Comincio a preoccuparmi.
Si fano due chiacchiere e intano arriva lo shuttle dall'università. Scendono un paio di ragazze che iniziano efficientemente a dividerci per dormitorio.
Una è Amanda. Le ho scritto 20 volte almeno via mail e mi aspettavo un'impiegata di mezza età, magrolina e con gli occhiali. Invece avrà 22 anni e saltella su e giù chiamandoci per nome.
 Incontro ragazzi e ragazze vietnamiti, nepalesi, francesi, tedeschi, sud coreane, cinesi, inglesi, kenioti. Siamo un melting pot.
L'atmosfera è carina, ci si aiuta a caricare le valigie e poi si sale sull'autobus.
Saremo 31 o 32? Non si sa, non si capisce. Qualcuno deve essere imasto al gate di sicuro, troveranno delle ossa sul nastro trasportatore, ne sono quasi certo.
E poi si parte, si viaggia. Prima destinazione: McDonald.
No, ma veramente? 8000 km per un McDonald?
Sì: perché lì hai coca cola, sprite, fanta ecc ecc a volontà.
Un attimo che lo ripeto.
A VOLONTA'.
Cioè, penso ti fermino dopo un po'. Ma intanto lascia fare!
Pago 7$ con la mia carta di debito. Son soddisfazioni.

Il campus è distante e ho tempo di fare la onoscenza di Toby, un ragazzo sud coreano timido e che parla a bassa voce, che saluta chinando la testa la prima volta che ti presenti. Mi dice qualcosa della sua vita e di come gli europei gli abbiano cambiato la mente, anni fa. Gli piace ascoltare, e a me piace parlargli.

Si arriva alla Truman. Finalmente.
Entrata del Missouri Hall
Si passa per Kirksville: tipico paesino americano con strade larghe e al livello delle case, come se fosse stese lì per caso; casette anonime e che sembrano finte, come in un paese della Playmobil. Sono in un videogioco. Vorrei tanto che il nostro autista si chiami Homer.
E poi nel dormitorio.
La mia Cultural Integration Leader è Marisa, una ragazza che avrà circa la mia età, tipica americana dai capelli lunghi.
Mi fa vedere la mia stanza, room 3112, Centennial Hall.
Ah dimenticavo: qui quasi tutti gli edifici del Campus sono uguali. Stile coloniale, mattoni rossi, infissi e colonne bianche.
Parliamo un po' dei prossimi appuntamenti e di come è stato il viaggio ("C'era questo tipo con una bomba in valigia che...") e di colpo succede l'mprobabile.

BEEEEEEEEEEEEEEEEP BEEEEEEEEEEEEEEEEEEEP BEEEEEEEEEEEEEEEP.

Me lo sono immaginato?

BEEEEEEEEEEEEEEEEEP EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEP BEEEEEEEEEEEEEEP.

Ok no. E' l'antincendio.
Stanno facendo le prove, mi dice Marisa.
E sti cazzi? dico io.
Ma non è un dramma.
Esploro la stanza (metto le foto appena riesco, giuro! .cit) e mi rendo conto che mi piace. Fa molto college, fa molto americano. Sistemo un po' di roba ma dobbiamo quasi subito andare a mangiare cena.
Trovo un momento per riuscire a chiamare la mia fidanzata in Italia, Marinella. Anche Skype funziona, qui. Che bello, fosso vederla quanto mi pare anche se probabilmente quando tornerò sarò un ciccione buffissimo e non mi vorrà più. Sigh.
Ah già: qui si mangia alle 18. Se si vuole far tardi, intendo!
Quindi corro, andiamo tutti nel Ryle Hall, dove c'è l'unica mensa aperta, almeno per ora. Mensa che è una specie di cornucopia.
Tanto cibo, e tanti cibi. Non male.
Parte della mensa del Ryle.
La parete di sinistra e destra ha bibite alla spina.


Mi prendo patate, carne e verdura. Provo anche la coca cola alla ciliegia e scopro che è disgustosa. Ma non è solo questo: qui tutto è stato fatto alla ciliegia. Almeno una volta. L'acqua, le merendine, le bibite, i dolci. E se non lo è, puoi sicuramente trovare qualcosa che sappia di medicina per bambini!
A parte questo, il cibo è in realtà molto meglio di quel che pensassi.
Incontro anche un'altra ragazza italiana che ha pensato di attraversare l'Atlantico e imbarcarsi in una bella avventura: lauerarsi in America dopo quattro anni di studio. Il suo nome è Margherita, e chapueax.
Si mangia. Poi, stanchi come se avessimo combattuto una guerra, ci avviamo al parcheggio dietro il Missouri Hall, uno dei dormitori.
Non prima di scoprire che Nikola ha messo una volta del ketchup sulla pizza.
Un'insegna dentro il WallMart
Ovviamente partono suoni di disgusto, da buon italiano che deve difendere la qualità del cibo e lo stereotipo affibbiatomi (ma piacevole) di buongustaio.
D'ora in avanti, il ketchup sarà qualcosa che ricorrerà spesso nei nostri discorsi.
Si chiacchiera e ci si chiede com'è la vita negli altri stati.
Tutti adorano l'Italia e vorebbero venirci, o ci sono stati e ne sono innamorati. Tutti amano gli italiani (o quasi) e potrebbero anche pagarmi per cucinare un piatto di pasta alla carbonara.

Dopo cena è il momento di andare al WallMart, il centro commerciale convenzionato e strambissimo
dove facciamo la nostra prima spesa. Il campus lo vedrò domani. Magari farò una passeggiata tra tutti i dormitori, le costruzioni in mattoni alte ed esagerate, cercherò di capire quali sono i sentieri che passano in mezzo agli alberi e ai giardini, all'erba tagliata di fresco e agli scoiattoli (sì, ci sono dei bellissimi scoiattoli!).
Entrata della Student Union


L'unica cosa che posso capire, è che il campus è mezza città,  attualmente grande quanto il mio paese di residenza italiano. Ed è bellissimo, tutto così ordinato, pieno di pace, di alberi e d'erba. Un'altra città in mezzo a una paese appoggiato mollemente sulla terra che lo sostiene.
Meglio andare a letto, però!




Mentre entro nella main lounge, diretto alla mia stanza, incontro un janitor, l'inserviente. Non l'ho mai visto prima, ma mi guarda, sorride. Poi mentre apro le porte dell'ascensore mi chiede: "How are you?".



mercoledì 13 agosto 2014

Quack #1 - Anatra al tritolo

"Sir, someone reported me you have done a comment on your baggage. A comment which had not to be done. Sir, I am actually asking you if there is something explosive in your luggage. Could you open it?".
Il poveraccio non capisce e scuote la testa. E' italiano, ha il suo biglietto e lo porge tremante al capitano dell'aereo. Ha pagato il suo posto in aereoplano fino ad Amsterdam e non sa nulla di inglese.
Ma gli altri passeggeri sì.
"Open your luggage!" urla qualcuno da dietro. Grazie signora, scusi, ma sa com'è.
Il signore si alza, tutto sudato.
Foto fatta da me. Sono proprio figoh.



Ecco, penso, non si parte più. E ora che me ne faccio del salame che ho messo in valigia? e poi ho altri due aerei da prendere, persone da incontrare, jet lag da assaporare. Insomma, sono una persona impegnata: devo finire il livello di Hungry Shark sull'iPad, vai a fare l'attentore da qualche altra parte.
Il comandante continua a parlare, la valigia viene aperta. Vestito, calzino, calzino, calzino, pantaloncino militare, mutanda, asciugamano, mutanda, calzino, allungapeni a nome di Austin Powers.
Ma che ci faccio io alle donne?!
Manco la soddisfazione di vedere un po' di plutonio.
Bhè. Almeno si parte.







Diciamo la verità. Io ho sempre pensato che le nuvole fossero panna montata. O pecorelle. Speriamo non piova a Kansas City.




Ecco, me la sono tirata.
Ad Amsterdam fa freddo, pioviggina e gli addetti giocano a tirarsi la mia valigia. L'aereoporto è pieno da far paura. Controllo il gate. E7. Bene. E dove cazzo è? Mah.
Ah già. I cartelli. Difficile sbagliarsi effettivamente.

I piccolissimi cartelli di Schipol Amsterdam.

E va bene, un controllo al passaporto e via. Si va verso il Gate.
Tutti fermi: la polizia americana ci controlla. Credo di aver visto un tizio osservare con sospetto le ruote di un passeggino.
"What are you going to study in America, Matteo?" "How long will you stay?" "Have you got some electronic devices in you baggage?" blablablapatatoespatatoespatatoes.
Una signora molto cortese mi sorride e mi augura buon viaggio.
Sì, col cazzo: tra me e l'aereo ci sono ancora tre controlli.

Vado col biglietto alla fine del gate. Lo passo. Non funziona.
Merda.
Lo ripasso. Nada.
"Ehmmm excuse me...".
Mi fanno ripassare da un tizio dietro un bancone che con accento molto americano mi chiede di leggergli i numeri sul passaporto perché quei simpaticoni del consolato hanno inserito il codice a ridosso di un'altra scritta.
Timbro, firma, biglietto. Ripasso: funziona.
Ora è il momento di andar ein discoteca. Solo che sto alzando le mani in una camera per i raggi x.
Cheese!
On the plane!
E qui mi spacco di film, ho deciso. Anche perché i giochi tra cui scegliere sono "L'allegro preistorico" e "Blackjack".
Almeno la tipa di The Amazing Spidermen 2 è una bella bionda.
Tanto io preferisco le more.


Pessima scelta comunque: non ci capisco una mazza in lingua originale e la mi autostima scende di 10mila piedi.
Mi riprendo un po' parlando con la mia vicina di sedile. Ha circa 60 anni e arriva da 15 ore di volo, oltre che da Johannesburg. Americana del Texas ed ex giornlista. E mi dice che il mio inglese è "excellent".  Grazie signo'! Siete nu babbà!



E quando si arriva a Detroit, si fa il terzo biglietto, si passa per la dogana. Abbastanza in fretta: non c'è nessuno.
Altre patate durante una breve serie di domande. Timbro timbro "nonstoportandopiantenelmiozaino" e via.
Ah, ecco dove erano tutti. Sul tram. Che io non ho preso, facendomi 40 gate a piedi. Ma ne è valsa la pena. Mi piacciono gli aereoporti, è come se il tempo non esistesse, perché non stai arrivando, ma non stai nemmeno partendo.

Prossima stazione, Paperopoli!


Incontro Geraldina, la mia compagna di viaggio e di Trumanaggio. Povera ragazza, dovrà sorbirsi le mie chiacchiere per tutto il tempo. Per sua fortuna siamo lontani sull'aereo. Non so vicino a chi sia. Io sono vicino a un tizio che legge un libro sugli anni 30 dell'America. Ho paura che mi voglia mangiare.
Il tizio, non il libro.

Arriviamo a Kansas City. La navetta, dov'è la navetta per l'hotel? E i nostri bagagli? Ci sono non ci sono, partiamo non partiamo piove cornetto sammontana. Usciamo fuori. Un caldo della madonna che altro che Peppa Pig, Beacon Pig. La navetta arriva e noi arriviamo all'hotel. Hall piccola, ma dietro è tutto un caseggiato, con stanze fatte a mo' di cottage (un po' più moderne ma vabbè). Si chiacchiera con l'autista che ci racconta un po' di KC e ci dice che anche uno studente domani partirà con noi per tornare all'aereoporto e aspettare lo shuttle della Truman State University.
"Take the door, then go left".
E ci perdiamo. Bene, almeno andiamo già d'accordo!
"Ehmmmm... excuse me!"
"Da quella parte, 'mbecilli!"
"Ah, grazie! Buonanotte!"
Queen bed, amore mio. Doccia, doccia, doccia, nanna, nanna, nanna.
Jet lag, jet lag, jet lag. Alle 3 sono sveglio. Anche alle 4. E alle 6.
Passerà: intanto dormo da Dio. Anzi no.
Da Queen.

Ah, dimenticavo: non bevete mai il vino di Kansas City. A meno che non amiate le uova marce ;)
Ps: mamma sono vivo e ho anche mangiato sull'aereo. Era tutto buonissimoNONEVEROMAI.